La guerra in Ucraina affronta una fase segnata da un’ulteriore manovra terroristica russa contro i civili. La pioggia ininterrotta di droni su Kyiv e il bombardamento dei bus a Kramatorsk sono l’ennesima prova che il regime di Putin sia disposto a tutto pur di avanzare nella sua impresa criminale, pure a uccidere i civili russofoni del Donbas che avrebbe dovuto proteggere dalla famosa “giunta neonazista”. Eppure, questa attitudine al terrorismo, purtroppo conclamata ormai da anni, viene spesso negata o minimizzata anche a sinistra (a partire dal massacro di Bucha nel 2022) pur di presentare uno scenario distorto nel quale i due contendenti del conflitto sarebbero sullo stesso piano. “Indicare la Russia come Paese terrorista è un punto di non ritorno, che allontana invece di avvicinare una soluzione politica: così facendo in campo rimane la sola opzione militare”. Così diceva, ad esempio, a novembre 2022 Massimiliano Smeriglio, eurodeputato eletto nel Partito democratico nel 2019, per motivare il suo voto contro la risoluzione del Parlamento Europeo che definiva la Russia come uno stato sostenitore del terrorismo. Assieme a lui votarono contro altri due deputati del PD, Pietro Bartolo e Andrea Cozzolino, oltre la deputata No vax Francesca Donato.
Lo scenario da ricostruire per capire come siamo arrivatə fin qui può sembrare complesso, ma si basa su alcuni punti difficilmente controvertibili. La Russia ha programmato ormai diversi anni fa una campagna su più fronti per indebolire l’Europa sotto diversi aspetti: a fianco dell’intervento direttamente militare ha messo in campo una serie di operazioni di propaganda, distorsione dei media, infiltrazione nel dibattito pubblico, sabotaggi e attacchi militari di bassa o media intensità per testare la risposta europea. Quella che viene chiamata “guerra ibrida” diventa sempre più aperta e alla luce del sole. Le dichiarazioni e il voto di Smeriglio ci fanno comprendere quanto le azioni di propaganda e di guerra culturale abbiano fatto presa in Europa anche in settori democratici, ma basterebbe tornare ai giorni nostri per vedere quanto il dibattito politico italiano sia influenzato dalle fake news russe, anche per la scelta del leader del cosiddetto “Campo largo”.
Un punto dirimente è dunque quello di capire come tutta la propaganda russa, costruita in anni di troll factory, arruolamento di giornalisti, politici e opinionisti in Europa, abbia trovato terreno fertile (soprattutto in Italia) e quanto sia servita ad aiutare lo sforzo bellico sul campo in Ucraina. La delegittimazione della resistenza ucraina ha fatto nascere il dibattito sugli aiuti militari, se e quanto debbano essere ingenti, se debbano essere solo difensivi o anche offensivi, ecc. Di fronte alla torsione terroristica russa, questo dibattito appare sempre più surreale: pare davvero assurdo dividersi tra pacifisti e bellicisti quando a essere attaccate sono le città con i loro mercati, ospedali, strade e ponti, mentre a Oleshky circa 1.700 persone vivono senza elettricità, acqua e riscaldamento. Gli aiuti militari provenienti dai paesi europei sono sempre più criticati a destra e a sinistra, eppure hanno avuto una funzione letteralmente salvifica per migliaia di persone. Ad esempio, grazie al mega prestito che l’UE sta erogando all’Ucraina, sono in fase di sviluppo o collaudo diversi nuovi modelli di droni intercettori veloci, per lo più made in Ukraine, per abbattere i più recenti droni russi a reazione Geran 4 e 5. Intanto Kyiv si sta già dotando di torrette mitragliatrici robotizzate che sembrano riuscire a fermare parte di questi droni russi.
Altro aspetto della guerra ibrida, che sta diventando sempre più attuale, è quello delle operazioni di sabotaggio e di sconfinamento dei droni russi in diversi paesi europei. Ci sono state esplosioni in fabbriche di munizioni anche in Italia, a Colleferro, vicino Roma, mentre il governo tedesco ha denunciato in più occasioni lo sconfinamento dei droni. La strategia russa è stata sempre quella di negare le incursioni, e l’infiltrazione nei media occidentali e nel dibattito pubblico ha spalleggiato questo negazionismo. Tutta la rete di blog e di opinionisti filo-russi ha sempre attribuito all’Ucraina i vari sconfinamenti di droni, accusando la NATO di provocazioni. Tuttavia, oggi diventa davvero difficile non unire i puntini delle esplosioni nelle fabbriche e degli altri attacchi militari a bassa intensità. Volendo fare un paragone con un altro conflitto in essere, la strategia russa sembra molto simile a quella dell’Iran che, per colpire gli USA, attacca i suoi alleati mediorientali come Kuwait, Giordania, Bahrein, ecc. L’Europa oggi potrebbe rispondere a eventuali attacchi di questo tipo, condotti con droni a basso costo carichi di esplosivo solo come stanno già facendo, cioè rincorrendoli con gli aerei da guerra, spendendo cifre enormi ed esaurendo rapidamente le munizioni, mentre l’Ucraina lo fa con i droni intercettori autoprodotti che fanno esplodere in aria i velivoli di attacco, spendendo molto meno.
Arriviamo così al punto più delicato della discussione, almeno all’interno della sinistra radicale e del “movimento” italiano: come porsi di fronte a questa chiara escalation russa? Ad oggi abbiamo assistito a due campagne collegate: la prima ha voluto disegnare l’Occidente e la NATO come i provocatori, torcendo completamente la realtà alle proprie convinzioni politiche e alla rassicurante zona di comfort che vede i nemici dell’Occidente come sempiterne vittime del suo imperialismo. La seconda campagna, conseguente alla prima, porta a proporre un orizzonte pacifista, antimilitarista e di disarmo esclusivamente agli stati occidentali, dimenticando volutamente i BRICS, talvolta sulla scia dell’idea che ogni movimento antagonista debba occuparsi del proprio imperialismo casalingo: facendo così si distorce completamente la realtà, negando i disegni imperiali della Russia, che continua a produrre quasi il doppio delle armi che impiega in Ucraina grazie alla conversione a un’economia di guerra, così come i progetti di riarmo di altri stati suoi alleati, come la Serbia, o di paesi che stanno al vertice dei BRICS, come l’India, altro paese coinvolto in un recente conflitto e quinto Paese al mondo per spesa militare nel 2025, che l’anno scorso ha aumentato la propria spesa militare dell’8,9%.
La pace e il disarmo sono obiettivi nobili, storicamente patrimonio di tutte le forze politiche progressiste e radicali. Per essere realistici, però, questi obiettivi devono essere patteggiati e praticati da tutte le forze belligeranti e dovremmo perciò pretenderli da tutti. Se una sola forza imperialista si disarma, quello che ne consegue è facilmente comprensibile: ne è un esempio particolarmente calzante proprio l’Ucraina, che negli anni Novanta, dopo l’indipendenza, smantellò tutto il suo arsenale nucleare, ricevendo in cambio la promessa di pace con Mosca. Come sia andato a finire questo disarmo unilaterale è sotto gli occhi di tuttə.
Regolarmente nel dibattito sul riarmo, che sia tra i partiti della sinistra parlamentare o nelle assemblee dei collettivi, si ricorre alla contrapposizione tra spesa militare e spesa sociale. Ciò implica considerare le finanze pubbliche come immutabili nella loro somma, per cui aumentando una voce di spesa non possano che calarne altre. È il contrario di quello che le piazze contro la precarietà e per il reddito, movimenti come San Precario o Occupy hanno teorizzato per anni: i fondi per aumentare la spesa sociale vanno presi nella fiscalità generale, e le entrate fiscali devono aumentare prendendo i soldi dove abbondano. Dalle grandi rendite, dagli enormi profitti, dai redditi dei plurimilionari. Oggi a essere tassato in Italia è soprattutto il lavoro dipendente, e lo scaglione più alto mette insieme chi quadagna poco più di 2.000 euro al mese a chi ne guadagna 5, 10, 20 volte tanto, mentre alle imprese più grandi sono permesse innumerevoli scappatoie per eludere le tasse. Un fisco più equo permetterebbe di aumentare la spesa sia per difendere redditi, salari, salute e istruzione sia per difenderci da potenze aggressive e spregiudicate. Ridare sostanza allo slogan “tax the rich”, riprendere una battaglia pressoché abbandonata dai movimenti di base da più di un decennio, è urgente e dovrebbe essere la premessa di ogni altra lotta.
Ai movimenti impegnati nella campagna di Stop al riarmo europeo facciamo dunque presente come lo scenario sia tutt’altro che semplice. È chiaro che la militarizzazione e il riarmo degli stati può portare a conseguenze terribili, come l’aumento della repressione interna, e può aumentare le probabilità che le guerre si allarghino. Non dobbiamo però dimenticare quello che sta succedendo in Europa e non è francamente accettabile negare o minimizzare l’attivismo imperialista russo solo perché noi siamo lontanə dal fronte, o ci sentiamo tali. In realtà, il fronte degli attacchi russi si avvicina sempre di più. La situazione è maledettamente complicata e forse per capire la portata della drammaticità e delle contraddizioni storiche che abbiamo davanti dovremmo ascoltare chi vive maggiormente il pericolo, come ad esempio le compagne femministe ucraine e le persone LGBTQ+, ecologiste, antiautoritarie e tuttx coloro che stanno combattendo letteralmente per la propria libertà individuale, che sono entrate nei battaglioni dell’esercito per combattere l’invasione e il terrorismo russo.
