Negli ultimi giorni abbiamo subito una serie di attacchi, accuse, tentativi di delegittimazione e minacce di violenza verso di noi e i nostri eventi che non possiamo ignorare. In alcuni casi, hanno portato a mettere in discussione disponibilità già accordate a ospitare le iniziative che abbiamo annunciato.
Non si tratta di semplici divergenze politiche, ma di una campagna che mira a colpire il lavoro che portiamo avanti, a isolare chi costruisce solidarietà concreta e a screditare le compagne e i compagni anarchici che oggi partecipano alla resistenza ucraina.
Questi attacchi non riguardano solo noi. Colpiscono anche l’autodeterminazione di un percorso collettivo che tiene insieme soggettività diverse, anarchiche e non, unite dalla volontà di sostenere chi resiste a un’aggressione reale. Pretendere di stabilire dall’esterno cosa sia “legittimo” o meno fare, quali pratiche siano accettabili e quali no, significa arrogarsi un’autorità che rifiutiamo.
È anche per questo che prendiamo parola: perché chi ci legge abbia chiaro il contesto, e perché non intendiamo lasciare spazio a narrazioni distorte o ricostruzioni interessate.
C’è qualcosa di profondamente indecente nei testi di chi, mentre un popolo viene bombardato, occupato e deportato, trova il tempo e il tono per pontificare contro chi resiste. Non è solo un errore politico: è un rovesciamento morale.
Trasformare la solidarietà concreta in “complicità col militarismo” significa aver perso completamente il contatto con la realtà materiale della guerra.
Chi scrive di “normalizzazione del militarismo” lo fa da una posizione di sicurezza, lontano dal fronte, lontano dalle macerie, lontano dalla scelta brutale che milioni di persone si sono trovate davanti: subire o resistere. Parlare di “rifiuto del conflitto” come linea generale, mentre un esercito invasore avanza, non è radicale: è un modo elegante per dire agli altri di arrendersi.
La resistenza ucraina esiste, ed è fatta di persone in carne e ossa, non di categorie astratte. Tra queste ci sono anche anarchici e anarchiche che hanno scelto di non fuggire, di non piegarsi, di non consegnare le proprie città a un potere autoritario e imperiale. Liquidarli come “arruolati” significa negare la loro autonomia e ridurli a comparse dentro una narrazione ideologica costruita a tavolino.
L’equivalenza tra aggressore e aggredito è la più comoda delle posizioni: permette di non scegliere, di non esporsi, di non rischiare nulla. Ma è anche la più ipocrita. Non tutte le violenze sono uguali, non tutte le guerre sono simmetriche, e fingere il contrario significa coprire la responsabilità di chi invade.
Dire che sostenere materialmente la resistenza significhi rafforzare la “macchina bellica” è un sofisma che ignora un fatto elementare: senza mezzi, chi resiste viene schiacciato. Non esiste alcuna forma di resistenza “pura” che possa opporsi a un esercito senza strumenti. Pretenderlo è puro moralismo astratto, utile solo a chi non paga le conseguenze delle proprie parole.
Il richiamo ossessivo alla diserzione, slegato da ogni analisi concreta, suona come una fuga dalla realtà. Disertare può essere un atto politico in certi contesti; in altri, significa lasciare campo libero all’oppressione. Trasformarlo in una soluzione universale è una scorciatoia teorica che ignora completamente i rapporti di forza reali.
Chi parla di “due caserme della stessa prigione” costruisce un mondo immaginario in cui le differenze spariscono e tutto si equivale. Ma nel mondo reale c’è chi invade e chi viene invaso, chi bombarda e chi si difende, chi impone e chi resiste. Rifiutarsi di vedere queste differenze non è lucidità: è cecità politica.
Le e gli anarchici che partecipano alla resistenza ucraina non hanno smesso di essere anarchici. Stanno operando dentro una contraddizione reale, cercando di difendere spazi di esistenza contro una minaccia immediata. Questa non è una resa allo stato, ma una scelta difficile dentro condizioni estreme. Criticarla dall’esterno, senza assumersi alcun rischio, è facile, molto più facile che viverla.
La cosiddetta “purezza” antimilitarista, quando diventa rifiuto di ogni solidarietà concreta, si trasforma nel suo opposto: una posizione sterile che non cambia nulla e non aiuta nessuno. Peggio ancora, finisce per allinearsi oggettivamente con chi ha più forza, perché lascia i più deboli senza strumenti.
La solidarietà non è uno slogan. È una presa di posizione materiale. Significa scegliere da che parte stare quando non esistono opzioni perfette. E oggi, scegliere significa stare con chi resiste, con chi non si arrende, con chi prova a difendere la propria vita e la propria libertà anche dentro un contesto terribile.
Tutto il resto è retorica. E la retorica, quando copre l’abbandono degli oppressi, smette di essere innocua. Diventa complicità.
(foto: Zenon Sych/Wikimedia Commons)
