Sono impressionanti l’intensità, la violenza e l’odio della campagna scatenata sui social media (e rimbalzata anche su parte della stampa cittadina) dall’annuncio della proiezione bolognese di “Antiauthoritarians at War”, documentario sulla partecipazione di militanti anarchici e anti-autoritari alla resistenza ucraina, che confermiamo per venerdì prossimo 10 aprile dalle 19 a Làbas in vicolo Bolognetti 2, con la partecipazione di un’attivista dell’associazione ucraina Solidarity Collectives.
Da una parte abbiamo la tentazione di ringraziare tutte e tutti i nostri detrattori per questo caso da manuale di Streisand effect: non avremmo mai potuto autonomamente ottenere una pubblicità simile per la nostra iniziativa. Dall’altra crediamo si renda necessario riprendere parola su alcuni punti.
In primo luogo, è davvero sconcertante vedere quanto sia caduta in basso la Federazione di Bologna del Partito della Rifondazione Comunista. Anche chi di noi guardava questa formazione con diffidenza ai tempi del G8 di Genova e dei Social Forum non avrebbe mai immaginato che sarebbe arrivata a a sollecitare un intevento del Comune contro un centro sociale, usando peraltro suggestivamente una foto del 2020 del reggimento Azov per accostare all’estrema destra chi da decenni mette in gioco corpi e facce contro ogni fascismo.
Poi, è inaccettabile la campagna ad personam scatenata contro Maryana Trofymova. La conosciamo da tempo grazie al rapporto di reciprocità e mutuo supporto instaurato con la comunità ucraina bolognese, con la quale abbiamo canali di comunicazione sempre aperti e che ovviamente abbiamo attivato per scambiarci pareri e consigli nei giorni in cui ci è stata due volte revocata la disponibilità a ospitare la proiezione. Pur non essendo coinvolta nell’organizzazione dell’iniziativa né relatrice nel dibattito, spontaneamente Maryana ha deciso di sfruttare i suoi canali social per denunciare quanto stava accadendo, e la ringraziamo molto.
Per attaccarla sono stati ripescati post vecchi di anni e in base a quelli è stata accusata di essere una sostenitrice del nazismo. Premesso che nessuno qui sottovaluta la pericolosità delle idee naziste e fasciste, né in Ucraina, né in Italia, né da nessuna parte e che le persone antiautoritarie in Ucraina ci hanno sempre ricordato che chi si oppone oggi all’aggressione russa da posizioni di estrema destra tornerà a essere un pericolo il giorno dopo la fine della guerra, è necessario smontare un mito duro a morire. Il “battaglione Azov”, che era effettivamente una milizia neonazista, non esiste da novembre 2014, quando è diventato un reggimento (e poi una brigata) della Guardia nazionale, sotto il controllo del ministero dell’Interno. Da allora, i neonazisti non sono spariti nel nulla ma se ne sono progressivamente andati in altre organizzazioni, e Azov, pur mantenendo un’ideologia apertamente nazionalista, è diventato molto più grande, composito, multietnico e pluriconfessionale. Nel marzo 2022 Azov ha fatto pubblica abiura del nazismo. In quegli stessi primi mesi di guerra ha strenuamente difeso per tre mesi la città di Mariupol dall’offensiva russa, tenendo impegnate le forze di invasione e impedendo loro di avanzare su altri fronti. Quando fu sconfitto, i combattenti furono tutti catturati e oggi sappiamo che per loro la Convenzione di Ginevra è stata clamorosamente disapplicata. Coloro che sono tornati in Ucraina grazie agli scambi di prigionieri erano spaventosamente magri e portavano segni di tortura. Il crimine contestato a Maryana è avere manifestato anni fa per la liberazione di queste persone.
Tutto ciò è del tutto ignorato da chi nega alle persone ucraine il diritto a resistere e sui social non perde occasione di pubblicare sempre le stesse fotografie di svastiche vecchie di 12 anni o più a sostegno dei propri strali del tutto sovrapponibili alla litania sulla denazificazione che Putin, Lavrov e compagnia ripetono da quattro anni.
Al puzzle manca ancora un pezzo fondamentale. La campagna diffamatoria su Maryana, come già quella sul ricercatore Davide Grasso che ha partecipato alcuni giorni fa alla proiezione del documentario a Torino, quella che da anni dipinge Solidarity Collectives come “sedicenti anarchici comandati dai nazisti”, quella contro il giornalista Claudio Locatelli, hanno un’origine ben precisa: il canale Telegram “Comitato Donbass Antinazista”, i cui contenuti sono stati rilanciati o copiaincollati su diverse piattaforme e perfino in comunicati stampa. In apparenza è anonimo e sembra espressione della sinistra extraparlamentare italiana, ma basta un’indagine nemmeno troppo difficile su fonti aperte per seguire il filo e arrivare a un altro canale Telegram, stavolta russo. Si chiama “Cyber Front Z” e quattro anni fa un’inchiesta della testata di San Pietroburgo “Fontanka” lo ricondusse a una “fabbrica di troll” di San Pietroburgo, che pagava persone per diffondere disinformazione in Europa. In un post datato 21 aprile 2022 si annunciava: “Per coordinare le azioni congiunte, Cyber Front Z istituisce il Fronte Informativo Unificato […] che riunisce gli amministratori di risorse estere, i cui sforzi saranno diretti a rompere il blocco informativo della Federazione Russa e a lavorare per un pubblico straniero. Si sono già uniti a noi i nostri amici italiani, che hanno organizzato il movimento Comitato per il Donbass Antinazista per smascherare le fake news ucraine e contrastare l’isteria anti-russa”. Ecco, sarebbe auspicabile una maggiore accortezza nello scegliere le fonti per la propria polemica politica.
Da parte nostra, restiamo saldamente al fianco di chi lotta contro autocrazie e dittature, per difendere quel poco di libertà che ancora abbiamo e senza la quale non è immaginabile nessun cammino verso società più giuste, senza sfruttamento, discriminazioni, oppressioni e guerre. Di questo parleremo venerdì.

