
Abbiamo già espresso le nostre considerazioni politiche in merito agli attacchi che abbiamo ricevuto per aver organizzato il primo tour italiano di supporto ai Solidarity Collectives (SC) a distanza di quattro anni dall’inizio della guerra totale che la Federazione Russa porta avanti in Ucraina.
Qualcuno, nel suo rigurgito rossobruno riversato sul social di un tecnocrate vicino a Trump, ha scritto “A futura memoria ricordatevi bene questa schifosissima grafica IA, le bandiere anarco trattino” ecc… La schifosissima grafica IA è in realtà opera della CN (Creatività Naturale) di David Chickan morto combattendo sul fronte di Zaporizhzhia, dove le truppe russe accerchiano la città di Huliaipole, dove si trova la casa-museo di Nestor Machnò, danneggiata dai bombardamenti russi. Le bandiere “anarco trattino” sarebbero quelle anarco-femminista e anarco-ecologista, che non a caso vengono delegittimate rispetto alla superiore causa anarco-stalinista.
Vorremmo qui spiegare meglio e contestualizzare quanto avvenuto a Torino, dove è previsto il primo di una serie di incontri a livello nazionale, che ha scatenato la scrittura di un comunicato pieno di illazioni e accuse infondate e persino la convocazione di un’assemblea con l’intento dichiarato di censurare l’iniziativa.
Il tour di presentazione di Anti-authoritarians at War e di incontro con una compagna di SC è stato organizzato da noi in totale autonomia ed è autofinanziato. Possiamo subito fermare quindi le dietrologie paranoiche di chi sospetta un’operazione sotto copertura della NATO volta a reclutare anarchicə italianə per utilizzarlə come carne da cannone sul fronte ucraino, e che considera evidentemente i nostri compagnə delle ingenue marionette da manipolare. Non si tratta di una “campagna dei SC”, come è stato scritto; li abbiamo invitati noi, chiedendogli di sottrarre risorse al loro quotidiano lavoro di resistenza alla guerra del regime russo, perché riteniamo sia importante parlare della resistenza ucraina e ascoltare le storie di chi vive in prima persona l’esperienza della guerra.
Già in passato alcunə compagnə hanno provato a proporre iniziative negli spazi che hanno attraversato in questi anni, senza però trovare un punto di approdo: all’ostilità di certi ambienti, dettata principalmente da ignoranza o da posture campiste, si è aggiunta la repressione poliziesca che in questi anni ha cancellato numerose occupazioni, ma anche problemi interni, priorità diverse (anche legittime), mancanza di unanimità…
Sappiamo di avere una posizione minoritaria in Italia, e fedeli ai nostri principi di autogestione abbiamo infine deciso di passare all’azione in autonomia. Perciò abbiamo subito optato per uno spazio neutro, evitando di affrontare lunghe ed estenuanti discussioni in cui le parti rimangono su posizioni congelate e inconciliabili e che hanno come solito esito l’accantonare la proposta.
Tuttavia lo spazio che ci era stato concesso, il Cecchi Point, ci è stato in seguito negato, dopo che persino l’account social dello spazio aveva condiviso la locandina. Non conosciamo le dinamiche interne del Cecchi Point, ma riteniamo probabile che alcune associazioni non fossero a conoscenza dell’iniziativa, abbiano contestato la presenza di una raccolta fondi – un semplice contributo per un’insalata vegana e una distro a prezzi popolari – e da qui la questione è salita al direttivo, che ha deciso unilateralmente di revocare lo spazio, senza consultarci.
Non c’è stato alcun sotterfugio, come è stato ipotizzato durante un’assemblea convocata con lo scopo di metterci a tacere. L’iniziativa era aperta a tutti, il dibattito era annunciato in locandina, e i nostri detrattori avrebbero potuto prendere parola, argomentare la propria posizione e rivolgere le domande direttamente alla compagna dei SC. Ma qualcuno, come si evince dal loro comunicato, preferisce farsi le domande e rispondersi da solo pur di non ascoltare le risposte dei diretti interessati.
Nei giorni scorsi abbiamo visto circolare messaggi su chat di movimento che esprimevano una preoccupante violenza verbale, un linguaggio machista e in alcuni casi razzista, oltre che contenuti riconducibili ad aree politiche suprematiste e populiste quali quelle di Vox Italia o del sito filo-totalitarista “L’antidiplomatico”. Compagnə che esprimevano un velato dissenso, o quanto meno una certa tolleranza nei nostri confronti, sono stati letteralmente zittiti con insulti e fare autoritario.
Due nostrə compagnə torinesi hanno dunque deciso di presentarsi all’assemblea con la sincera intenzione di intervenire e di chiarire le proprie posizioni e motivazioni. Eravamo lì, quindi, non per spiare, ma per partecipare. Non ci siamo camuffatə e abbiamo persino ostentato gadget di Priama Dija e dei gruppi antifascisti ucraini.
Purtroppo lo svolgimento dell’assemblea ha reso impossibile l’intervento. Vogliamo essere chiari, il vittimismo passivo-aggressivo non ci appartiene: nessuno ha impedito a nessuno di parlare, semplicemente mancavano le condizioni per aprire un dialogo. La sensazione è stata subito quella di ritrovarsi a spiegare la curvatura dell’orizzonte a un convegno di terrapiattisti, tanta era lontana dalla realtà l’interpretazione di tutta la vicenda (oltre che dell’iniziativa al Cecchi, della situazione in Ucraina, del ruolo dei SC e dellə compagnə dell’Europa Centrale e Orientale) e tanto era condita con informazioni false.
Non si trattava certo di un’assemblea deliberativa, essendo già stata presa in partenza la decisione di impedire a tutti i costi lo svolgimento dell’incontro. Per assicurarsi di avere dalla propria parte l’uditorio, chi l’ha condotta in solitaria ha iniziato a distribuire e revocare patenti di anarchismo letteralmente a mezzo mondo. Solidarity Collectives e i loro simpatizzanti sono “il nemico”, testuali parole, che l’oratorə ha detto di conoscere molto bene.
La prima metà dell’assemblea-monologo è stata quindi dedicata a delegittimare il nemico, accusandolo di fatto del comportamento che in realtà si vuole tenere nei suoi confronti. Gli SC sono stati presentati come dei fanatici militaristi autoritari, che nei loro incontri monopolizzano il discorso, non rispondono alle domande e impediscono agli altri di parlare, tolgono il microfono o la parola, e non hanno remore a usare la fisicità per imporre la propria visione, spalleggiati dai “sedicenti anarchici” bielorussi, russi e polacchi che fungerebbero da servizio d’ordine.
Stiamo parlando di compagnə che nel corso degli anni hanno incendiato stazioni della polizia e assaltato posti di blocco, dato fuoco alle caserme e messo in pratica atti concreti di sabotaggio contro la devastazione del territorio, partecipato alle proteste popolari guidandone la rivolta, durante la guerra hanno sabotato ferrovie e snodi logistici della macchina da guerra russa. Alcuni di loro sono ancora in carcere a seguito delle repressioni del 2019-2020, alcuni praticamente condannati a morte senza che il movimento anarchico italiano abbia pubblicato un solo comunicato di solidarietà, altri infine hanno trovato la morte combattendo la milizia neonazista della Wagner. Questə compagnə che hanno lottato e messo a rischio la propria vita per abbattere i rispettivi regimi sarebbero secondo qualcuno immeritevoli della patente di “anarchici”, e alcuni sono stati persino sbeffeggiati dall’assemblea in quanto rifugiati al sicuro in Europa.
Nell’uditorio, una voce esperta, ha detto anche qualcosa su cui siamo totalmente d’accordo: “ma se provassimo a infiltrarci e porre domande?”. È esattamente il motivo per cui abbiamo organizzato la proiezione, pubblica, aperta e gratuita, in cui non c’è alcun bisogno di “infiltrarsi”. L’idea è stata presto accantonata dopo che il principale oratore ha ribadito l’impossibilità del dialogo con i SC.
La parte più viva dell’assemblea, quella a cui tuttə sono stati invitatə a contribuire, era di fatto un’operazione di indagine volta a scoprire gli autori del misfatto. Sono partiti dalla scena del crimine: il Cecchi Point, “in mano al PD, che è contro la Russia”, che avrebbe quindi proposto e poi sabotato il proprio evento. Le indagini sulla “pista democratica” però hanno portato a un vicolo cieco: mancava il movente. Ancora un intervento intelligente ha fatto presente che è difficile immaginare Pina Picierno organizzare un evento in favore dei Solidarity Collectives.
Veniamo dunque a sapere che gli organizzatori dell’assemblea hanno lavorato al dossier tutta la notte. Con una sofisticata operazione di Osint, la polizia politica del movimento ha scoperto che l’organizzazione ha un account su un’istanza Mastodon, di cui bisogna passare in rassegna i profili degli amministratori e dei membri più attivi.
In ogni città dove si svolge l’evento vengono virtualmente perquisiti i centri sociali alla ricerca di possibili tracce che espongano i “traditori”, analizzando in primis la composizione di qualunque realtà non allineata alle posizioni filorusse, inclusi quelli che a Torino hanno inizialmente osato manifestare contro la Russia o persino portare solidarietà in Ucraina ed empatizzare con la causa, e non perdendo l’occasione di infamare i rispettivi collettivi, nella ricerca disperata di responsabili che non si riescono a individuare ma che sono lì, come ne La lettera rubata di E.A. Poe.
Mentre gli investigatori brancolavano nel buio, si sono pensate altre strategie di infiltrazione: trovare il colpevole mettendo sotto torchio le conoscenze interne al Cecchi Point, creare finti profili social per far “cantare” Davide Grasso, l’altro ospite dell’evento, anche lui militarista e autoritario. Non è mancata neppure la deligittimazione del confederalismo democratico curdo.
È stata anche attaccata, come operazione di “pink-washing”, la recente iniziativa di ArciGay Torino sui combattenti LGBTQ ucraini. Citiamo testualmente: “Perché Putin è omofobo, mentre l’Ucraina è il paradiso dei diritti gay”. Eppure basta leggere il post Instagram di ArciGay Torino per contestualizzare meglio i contenuti dell’iniziativa: “Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina sono presenti nell’esercito combattenti lgbtq+ che danno battaglia su due fronti: contro l’occupante sulla linea del fuoco e per i diritti civili all’interno del paese.”
Evidentemente alle Vestali dell’anarchia poco importa delle difficili condizioni di vita delle persone dall’orientamento sessuale non binario nella Russia del regime di Putin, degli arresti e degli internamenti in manicomio, dei “percorsi di cura e riabilitativi” per recuperarle ai “valori tradizionali”, e importa ancora meno delle condizioni impossibili nei territori occupati, dove ad esempio l’omosessualità è perseguibile per legge costituzionale.
La battute finali dell’assemblea hanno riguardato le opzioni operative. Per fortuna non c’era niente da inventare: basta riciclare striscioni e vecchi volantini con slogan buoni per ogni stagione, ad esempio quelli di febbraio, perché dato il periodo ci sarà scritto qualcosa sull’Ucraina. Per il resto basta urlare più forte per convincere gli altri delle proprie ragioni, e soprattutto prestare orecchio solo a ciò che conferma i propri preconcetti.
Non possiamo ignorare le contraddizioni lampanti di chi non fa altro che gettare fango sullə compagnə di mezza Europa perché hanno deciso di resistere all’invasore fascista. Questo antimilitarismo d’accatto, che pretende di sconfiggere il neozarismo russo o il fondamentalismo dell’ISIS attraverso “il disfattismo e la diserzione” deve ancora esprimersi su come intende canalizzare tutte queste forze (si dice in numero crescente man mano che la guerra va avanti, e quindi ormai ci si aspetta che siano milioni) verso una qualche rivoluzione sociale. Da Est attendono con impazienza il segnale degli anarchici italiani.
Queste contraddizioni esploderanno il 25 aprile davanti alla lapide di Ilio Baroni, il militarista anarchico delle Squadre di Azione Patriottica, caduto in battaglia poche ore prima della resa dei nazisti. Di lui si diceva che fosse un combattente al servizio dello stato del fascista Badoglio, un utile idiota degli Alleati che armavano la resistenza partigiana per arruolarli come carne da cannone, un anarcostatalista che ha combattuto per fondare la repubblica borghese. Avrebbe potuto più saggiamente lasciare ai nazisti le munizioni, salvare la vita e disertare, se avesse dato ascolto agli echi svizzeri del disfattismo, forse lo avrebbe preferito se avesse saputo che un giorno gli stessi che vanno a rendergli omaggio, in vita lo avrebbero considerato un “falso anarchico”…
